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La realizzazione della qualità della vita nelle «città sostenibili» 93
Dieci anni dopo, la Dichiarazione di Johannesburg 2002 si muove sostan -
zialmente sulla stessa linea, ma vi si rinviene, come si è visto, la piena ed esplicita
affermazione di un impegno connotato dalla solidarietà in cui, a quanto consta
per la prima volta, si parla ancor prima che di necessità, di «bisogno di dignità»,
enfatizzandone il ruolo e ricollegandola tanto ai bisogni primari quanto alle
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stesse possibilità di sviluppo . Per questa ragione avrebbe dovuto essere natu -
rale allargare l’attenzione al contributo che la cultura può apportare alla realizza -
zione della dignità della persona. Già cinquant’anni prima, e dunque ben prima
che si cominciasse a parlare di sostenibilità, infatti, l’atto istitutivo dell’Unesco
espressamente sottolineava l’importanza della diffusione della cultura quale pre -
supposto necessario per la piena realizzazione proprio della dignità dell’uomo:
la pace tra i popoli non può, infatti, essere adeguatamente conseguita attraverso
alleanze politiche ed economiche che per loro natura sono “ volatili”, e dunque
la dignità dell’uomo «esige la diffusione della cultura e l’educazione di tutti per
il raggiungimento della giustizia, della libertà e della pace (…)» rendendo
necessario, tra l’altro, «il mantenimento, il miglioramento e la diffusione del
sapere (…) Vegliando sulla conservazione e protezione del patrimonio univer -
29 Già in altra sede si è rilevato come l’attenzione dedicata dalla conferenza di
Johannesburg alla dignità umana, paia imporre un mutamento di prospettiva nella stessa
idea di sviluppo sostenibile rispetto alla Dichiarazione di Rio del 1992 che sembrava
piuttosto privilegiare una prospettiva di equità intragenerazionale e intergenerazionale.
Tale cambiamento parrebbe emergere dal raffronto tra la lettera del Principio 3 che
stabiliva che “Il diritto allo sviluppo deve essere attuato in modo da soddisfare
equamente i bisogni di sviluppo e ambientali delle generazioni presenti e future” e i
nuovi principi 2 e 13 i quali, rispettivamente, affermano l’impegno a “costruire una
società globale umana e solidale, consapevoli del bisogno di dignità di tutti” (principio
n. 2) e, altresì, che proprio la dignità “assurge al ruolo di fine a cui tendere, obiettivo
tanto più delicato e irrinunciabile considerato che una vita dignitosa delle persone è
aspirazione percepita come compromessa dagli inquinamenti, e più in generale, dalla
perdita di equi librio dell’ecosistema (punto 13). Dunque l’enfatizzazione contenuta
nella dichia razione del 2002 del ruolo alla “dignità” delle persone quale obiettivo
primario a cui le politiche di sviluppo sostenibile devono aspirare, induce ad attribuire
alla nozione originaria una dimensione più ampia e sicuramente più coerente con quella
solidaristica che gli è propria: se è vero, infatti, che lo sviluppo sostenibile come
obiettivo impone di considerare lo sfruttamento economico dell’ecosistema in una
prospettiva di lungo periodo, tuttavia, il riferimento alla dignità impone di considerare
“i bisogni delle generazioni future”, non già come mere necessità per la sopravvivenza,
bensì come esigenze finalizzate a realizzare aspirazioni ad una qualità di vita che non
può essere assunta come inferiore a quella della generazione attuale (C. VIDETTA,
Cultura e sviluppo sostenibile, cit., 24 ss.).